Monte Santoccio

«La mia idea di vino è fare un vino che si possa bere. Odio la definizione “vino da meditazione”. Per me il vino è un qualcosa da abbinare al pasto, che esalti le sensazioni del cibo. Deve essere un prodotto conviviale, com’è sempre stato nella nostra storia, qualcosa che aggiunga piacere alla festa. Oggi vanno molto i vini morbidi, “piacioni”, io amo invece quelli “verticali”, freschi, con belle acidità e pochi zuccheri».

In queste parole c’è tutto Nicola Ferrari; un vignaiolo giovane, ma con anni di lavoro alle spalle, compreso un periodo nella cantina di Bepi Quintarelli, figura mitica qui in Valpolicella.

L’azienda di Nicola è a Fumane; arrivati in paese si va a destra, e si sale per pochi minuti per una serie di tornanti, fino ad una casetta gialla che sembra disegnata da un bambino, , con le finestre allineate, il tetto spiovente, la palizzata, due comignoli. Sulla catasta di legna all’ingresso, c’è un gattone, che vi seguirà nelle passeggiate in vigna. Dietro, le montagne, come sa ogni bambino che si rispetti. In tutto sono tre ettari, due a Monte Santoccio e uno a Fumane, dove abita il padre. Nicola ha cominciato a trafficare in cantina per pagarsi gli studi, e avere un po’ d’autonomia. «Sono arrivato in cantina nel 1992, durante gli esami di maturità. Un amico mi ha parlato di una possibilità di lavoro, ed ho accettato. Stavo alla pigiatrice tutto il giorno, mi occupavo dei  carri che rientravano in cantina. Da lì, ho cominciato a fare tutte le vendemmie, e poi mi han preso anche d’inverno, per le potature. Erano lavori che mi permettevano di andare avanti con l’università, studiavo Lettere e Filosofia. Sono rimasto nove anni in quell’azienda, poi ne ho girato altre, in tutto il mio apprendistato è durato venti anni. Un bel bagaglio di esperienza, che mi è tornato utile quando ho deciso di fare da me.

Mio padre aveva un ettaro e mezzo di vigna, e conferiva l’uva a terzi. Con gli amici scherzavamo sull’idea di imbottigliare in proprio, “quand’è che ci fai assaggiare qualcosa di tuo?”, ma il vero sprone è stato mia moglie Laura. Lei ci ha sempre creduto, e non mi ha fatto mai mancare il suo appoggio. E così mi sono lanciato, la prima etichetta è stata un Amarone 2006, solo milletrecento bottiglie, da considerare come un esperimento. Il vero inizio è stato il 2007, con Amarone e Ripasso, in tutto seimila bottiglie ».

L’obiettivo è di stabilizzarsi sulle trentamila bottiglie, non di più. “Se c’è una cosa che ho capito dai miei studi, è che oggi la vera ricchezza non è avere un conto in banca consistente, ma rimanere padroni del proprio tempo. Arrivare a trentamila bottiglie significherebbe riuscire ad ammortizzare i costi, avere un margine di guadagno, e del tempo per me e la mia famiglia”.

Non conta l’età, per essere saggi.

Video: Mauro Fermariello        Montaggio: Mauro Di Schiavi

di più: www.montesantoccio.it

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